PETTACOLI
Pearl Jam, proclama verde per la band Usa più politica
Andrea Laffranchi
22 April 2006
Corriere della Sera
036
Italian
Il ritorno in Europa dopo 6 anni (in Italia a settembre) Gossard: sempre contro Bush e non solo per la guerra
DAL NOSTRO INVIATO
LONDRA - Bentornati. Strano che il gruppo che ha fatto del legame con i fan un punto di forza sia rimasto lontano dall'Europa per 6 anni. Era il 2000 quando i Pearl Jam, quintetto di Seattle, suonarono per l'ultima volta nel vecchio continente. Assenza interrotta giovedì con un concerto all'Astoria di Londra. «Ne è passato di tempo... Grazie per aver aspettato», così il cantante Eddie Vedder, camicia di jeans aperta su t-shirt nera, ha ringraziato i circa 1.600 presenti. Quello di allora fu un tour maledetto: al festival di Roskilde, in Danimarca, 9 persone morirono schiacciate dalla folla mentre loro suonavano. Il ricordo fa cadere il gelo sui volti dei due chitarristi Mike McCready e Stone Gossard: «È stato un momento terribile al quale pensiamo ogni giorno. Prima o poi ci torneremo in Danimarca». L'attesa per questo tour è fortissima: i bagarini che si aggiravano attorno a Charing Cross chiedevano circa 300 sterline, 10 volte il prezzo del biglietto. In Italia arriveranno a settembre per cinque date: Bologna (14), Verona (16), Milano (17), Torino (19) e Pistoia (20).
Oltre a classici come «Even Flow», «Alive» e «Better Man» il concerto ha svelato anche le canzoni di «Pearl Jam», ottavo album in studio della band di Seattle (esce il 28 aprile). Che Gossard riassume così: «La musica è fresca, cruda e piena di energia. I testi invece sono lavorati parola per parola e danno profondità al disco». Testi che affrontano la guerra nelle sue mille sfaccettature - dalla disperazione delle donne che hanno un compagno al fronte («Army Reserve»), alle morti che ci entrano in casa con i media («World Wide Suicide») a quelle in nome di Dio («Marker in the Sand»), i drammi dell'America di oggi come la disoccupazione («Unemployable») o il «sogno americano nel quale non credere» («Gone»): «Sono i tempi in cui viviamo e che ci fanno paura. Ci sono molte cose per le quali amo vivere in America, ma sembriamo degli idioti agli occhi del resto del mondo per colpa del nostro presidente», sospira McCready. E il collega: «Bush ignora che il mondo è un arazzo da leggere nel suo complesso. La risposta non può essere solo: più commercio. Io amo le cose piccole, anche nel mondo degli affari. Le multinazionali non aggiungono molto alla qualità della vita».
Anche la copertina del disco ha un taglio politico. È la foto di un avocado spaccato a metà che potrebbe far pensare a una compilation lounge griffata da un ristorante alla moda. In realtà ricorda un simbolo usato dai Verdi californiani. Partito che la band sostiene attivamente. «In Usa abbiamo bisogno di più di due partiti. Avere solo democratici e repubblicani è limitativo. Ma quella copertina in realtà ha solo un valore visuale».
Le due ore dal vivo hanno mostrato una voglia di rock puro con le radici ben piantate negli anni '70 dei Led Zeppelin, ma che parla anche la lingua di U2 e Springsteen. Rock a tutta passione, con grandi spazi per gli assoli di chitarra. E con un leader come Vedder - atteggiamento sciamanico sul palco e una faccia, con barba incolta e capelli lunghi, da Russell Crowe - non c'è che da rimpiangere ancora questi sei anni.
Andrea Laffranchi

